In Italia, al Sud in particolare, le cose spesso si fanno per abitudine, perché si è sempre fatto così. Si è consapevoli che così facendo non si farà mai alcun progresso, ma va bene lo stesso, perché è meglio non fare nulla che rischiare, è meglio lamentarsi che rimboccarsi le maniche, è meglio criticare gli altri che vergognarsi della propria ignavia. Senza contare l’invidia che a volte si prova di fronte a qualcuno più dotato di te, più istruito di te, più propositivo di te.

Leggerò un racconto, breve, dello scrittore russo Anton Cechov, ambientato ai tempi degli Zar, nel quale si parla di un impiegato pubblico che per quarant’anni ha svolto il suo lavoro meccanicamente, per abitudine, sicuramente con diligenza, ma senza anima e senza capire granché di quello che faceva.   (Pausa musicale)

IL PUNTO ESCLAMATIVO

di Anton Cechov

E’ un racconto nel quale si parla dei vantaggi dell’istruzione in genere, e in particolare del grado culturale dei dipendenti pubblici, dai semplici impiegati fino ai funzionari superiori, consiglieri di varie specie, deputati, avvocati, magistrati, e tutta quella caterva di burocrati che rende difficoltosa qualsivoglia forma di sviluppo sociale ed economico. E qui, come usa in tutte le discussioni in Russia, perché siamo in Russia, eh! non Italia, e al tempo degli Zar, dagli argomenti generali si era passato ai casi personali.

“Prendiamo, per esempio, voi, Efim Fomic, – attacca un giovanotto laureato con lode – Voi occupate un posto decoroso, importante…ma che istruzione avete ricevuto?”

“Nessuna – risponde il malcapitato signor Efim Fomic Perekladin – Da noi non si esige istruzione. Basta scrivere correttamente e sei a posto.”

“E dove mai avete imparato a scrivere correttamente?” incalza il giovane brillante.

“Mi ci sono abituato…in quarant’anni di servizio ci si può far la mano. Certo al principio è stato difficile, facevo degli sbagli, ma poi mi sono abituato…e adesso non c’è male.”

“E i segni d’interpunzione?”

“Anche per i segni d’interpunzione non c’è male…Li colloco correttamente.”

“ Ma l’abitudine è tutt’altra cosa dall’istruzione. Non basta che i segni d’interpunzione li poniate correttamente…non basta! Bisogna porli consapevolmente. Voi mettete una virgola e dovete avere coscienza del perché la mettete. Questa vostra ortografia incosciente, di carattere riflesso non vale nemmeno un centesimo. E’ produzione meccanica e nulla più.”

Da qui, da questa critica feroce, fatta alla vigilia di Natale tra impiegati di un grande ufficio riunitisi per scambiarsi gli auguri, cominciano gli incubi notturni del povero impiegato comunale Perekladin, svergoganto e deriso da un giovanotto con tanto di laurea, ma pur sempre uno sbarbatello!   (Pausa musicale)

“Ho servito per quarant’anni e nessuno mai mi ha dato dell’imbecille, e ora, guarda un po’ che critici si son trovati! Incoscientemente! In modo riflesso! Produzione meccanica!”

Dopo aver mentalmente riversato sul giovane critico tutte le parolacce a lui note ed essersi scaldato sotto le coperte, Perekladin cominciò a calmarsi.

“Io so…capisco. Non metterò i due punti là dove ci vuole la virgola, dunque sono consapevole. Sì, proprio così, giovanotto! Prima bisogna vivere un poco, prestare servizio in qualche ufficio, e solo dopo giudicare i vecchi!”

Negli occhi chiusi di Perekladin che si stava addormentando, attraverso una massa scura di nuvole sorridenti, passò a volo come una meteora una virgola infuocata. Dopo di essa un’altra, una terza, e ben presto tutto lo sfondo buio che si stendeva davanti alla sua immagnazione si coprì di fitte schiere di virgole volanti.

“Prendiamo, magari, queste virgole…- pensava Perekladin – Io le capisco benissimo…Per ciascuna posso trovare il posto, se vuoi…e consapevolmente, non a casaccio. Le virgole si mettono in vari posti, dove occorre, e anche dove non occorre. Quanto più imbrogliato è il documento da stilare, tante più virgole ci vogliono. Si mettono davanti a “il quale” e davanti al “che”. Se nel documento si devono numerare degli oggetti, o delle persone, ciascuno di essi va separato con la virgola…Lo so!”

Le virgole dorate presero a girare e fuggirono in disparte. Al posto loro giunsero a volo dei punti infuocati.

“E il punto si colloca alla fine del documento…Dove è necessario fare una grande pausa e gettare un’occhiata all’ascoltatore, là pure ci vuole il punto, affinché il segretario, o il capufficio, quando leggerà, non resti senza saliva. In nessun altro posto si mette il punto.”

Tornano a piombare le virgole…Si mescolano coi punti, turbinano, e Perekladin vede tutta una schiera di punti e virgole e di due punti…

“Conosco anche questi – egli pensa – Dove la virgola non basta e il punto è troppo, là ci vuole il punto e virgola. Davanti al “ma” e al “conseguentemente” metto sempre il punto e virgola. Ebbene, e i due punti? I due punti si mettono dopo le parole: “abbiamo stabilito”, “abbiamo deciso”…

I punti e virgola e i due punti si spensero. Venne la volta dei punti interrogativi. Questi balzarono fuori dalle nuvole e si misero a ballare il cancan. (Pausa musicale)

“Che rarità il punto interrogativo! Ma fossero anche mille, per tutti troverei il posto. Si collocano sempre quando c’è da fare una richiesta. O informarsi di un documento. “Dove è stato riportato il residuo delle somme per il tale anno?, oppure: “Non riterrebbe possibile la direzione di polizia che la detta signora Ivanovna eccetera eccetera?”

I punti interrogativi presero ad accennare in segno di approvazione coi loro uncini e istantaneamente, come ad un comando, si allungarono in punti esclamativi.

“Questo segno d’interpunzione nelle lettere si colloca spesso. “Mio egregio signore!” Oppure, “Eccellenza, padre e benefattore!” Ma nei documenti ufficiali, quando?”

“Nei documenti si mettono, quando?… Cioè…questo…come sarebbe? – Perekladin incomincia a confondersi – In realtà quando si mettono i punti esclamativi nei documenti di ordinaria burocrazia? Un momento…fammi ricordare.”

Perekladin aprì gli occhi e si girò sull’altro fianco. Ma non fece in tempo a richiuderli che sul fondo scuro comparvero nuovamente i punti esclamativi.

“Il diavolo li porti…Quando mai bisogna metterli?” pensò, cercando di scacciare dalla sua immaginazione i non richiesti ospiti.

“Possibile che l’abbia dimenticato? O l’ho dimenticato, oppure…non li ho mai messi.”

E incominciò a rammentarsi il contenuto di tutti i documenti e le carte che aveva scritto in quarant’anni del suo servizio; ma per quanto pensasse, per quanto corrugasse la fronte, non trovò nel suo passato nemmeno un punto esclamativo.

“Che disdetta! Ho scritto per qurant’anni e neppure una volta ho collocato un punto esclamativo.

Ma quando dunque si colloca quel diavolo di punto?”

Di dietro la fila degli infuocati punti esclamativi apparve la faccia perfidamente ridente del giovane laureato a pieni voti. Gli stessi punti sorrisero e si fusero in un solo grande punto esclamativo.

Perekladin scosse il capo e aprì gli occhi.   (Pausa musicale)

“Il diavolo sa quello che è. – pensò – Domani devo alzarmi presto, e a me non esce di testa questa diavoleria…Ma quando mai si mette? Eccoti l’abitudine! Ecco come ti sei fatto la mano! In quarant’anni nemmeno un punto esclamativo!”

A questo punto si rivolse alla moglie. “Marfuscia!” Lei, la moglie, si vantava spesso con lui d’aver terminato, lei sì, gli studi in collegio. “Non sai tu, anima mia, quando si colloca nei documenti che io compilo ogni giorno in ufficio il punto esclamativo?”

“E come non saperlo! – rispose la moglie – Non per nulla studiai sette anni in collegio. So a memoria tutta la grammatica. Questo segno si colloca nelle apostrofi, nelle esclamazioni e nelle espressioni di entusiasmo, di sdegno, di gioia, di collera e di altri sentimenti.”

“Ah, è così. – pensò Perekladin – Entusiasmo, sdegno, gioia, collera e altri sentimenti.”

Il segretario di collegio si fece pensieroso. Per quarant’anni aveva scritto carte, ne aveva scritte a migliaia, decine di migliaia, ma non ricordava nemmeno un rigo che esprimesse entusiasmo, sdegno o qualcosa del genere.

“E altri sentimenti…” – pensava – Ma forse che nelle carte della burocrazia sono necessari i sentimenti? Quelle le può scrivere anche una persona insensibile.!”

Il grugno beffardo del giovane laureato tornò ad affacciarsi da dietro il punto infuocato e sorrise perfidamente. Perekladin si sollevò a sedere sul letto. La testa le doleva, sulla fronte gli era spuntato un sudore freddo. In un canto ardeva tenue e carezzevole il lumino delle sacre immagini, da ogni cosa spirava calore e presenza di una mano femminile, ma il povero impiegatuccio sentiva freddo, sconforto, come se si fosse preso un malanno. Il punto esclamativo non si drizzava più nei suoi occhi, ma davanti a lui nella camera, presso la specchiera della moglie, e gli ammiccava beffardamente…

“Sei una macchina che scrive! Macchina! – sussurrava il fantasma, soffiando sull’impiegato un freddo secco. – Pezzo di legno insensibile!”

Perekladin si coprì con la coperta, ma anche sotto la coperta vide il fantasma; appoggiò il viso alla spalla della moglie, e anche di dietro quella spalla spuntava la stessa cosa…Tutta la notte si tormentò il poveraccio, ma anche il giorno il fantasma non lo lasciò. Egli lo vedeva dappertutto: negli stivali che si infilava, nella tazza del tè, negli abiti che indossava…

“E altri sentimenti…” – pensava – E’ vero che non ci fu mai alcun sentimento in tutto quello che ho scritto. Ora andrò dai superiori a firmare il foglio di presenza …(allora non c’erano ancora i cartellini da timbrare) forse ciò si fa con sentimento? Così a casaccio…”   (Pausa musicale)

Quando Perekladin uscì in strada e chiamò una carrozza, gli parve che, in luogo della vettura, gli rotolasse incontro il punto esclamativo. Giunto nell’anticamera del superiore, dove doveva firmare il foglio delle presenze, notò che pure la penna col pennino nel suo portapenne aveva assunto la forma di un punto esclamativo. Perekladin la prese, intinse il pennino nell’inchiostro e firmò:

“Segretario di collegio Efim Fomic Perekladin!!!” E ci mise una sfilza di punti esclamativi – Tò, tò e tò; tò questo, tò questo e tò questo! E collocando questi segni egli provava entusiasmo, indignazione, gioia e ribolliva di collera. “Tò, tò e tò” – mormorava premendo sul pennino.

Il segno infuocato, a questo punto, fu pago e scomparve.   (Pausa musicale)

 

Aveva reagito, finalmente! Si era ribellato, aveva capito che per quarant’anni il suo lavoro di impiegato scribacchino non aveva contemplato sentimenti, emozioni: solo abitudine, gesti meccanici senz’anima. E grazie alla moglie aveva capito, donna istruita, ma casalinga, a differenza sua, impiegato pubblico anche se semianalfabeta. Siamo alla fine dell’ottocento quando Cechov scrisse questo racconto; ma noi del Duemila come siamo messi per quanto riguarda sentimenti ed emozioni? Quanti funzionari pubblici e politici sono semianalfabeti, privi anch’essi di sentimenti ed emozioni, ma che stanno sempre lì, intoccabili, pieni di boria, ma miopi e incapaci di qualsiasi slancio che vada oltre il loro ristretto modo di vedere il futuro? Una riflessione in proposito penso che la dovremmo fare tutti.